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Sempre meno le giovani imprese

di Luigi Ferro · 14 ottobre 2008

Il fatto che i nostri giovani siano, diciamo così, un po’ lenti ha effetti economici importanti. Per esempio nel settore dei servizi, che negli anni è dinvetato sempre più importante, il dinamismo delle nuove aziende si ferma al 33%.

I dati, che arrivano da un’indagine del Cerved, indicano che le aziende fondate da persone sotto i 35 anni sono in costante diminuzione. In parte è colpa dell’invecchiamento della popolazione e in parte è colpa di “di una minore propensione dei giovani ad avviare nuove realtà produttive” come sottolinea Guido Romano dell’Ufficio studi del Cerved.

Se dai servizi ci spostiamo all’industria la situazione non cambia. In un altra indagine sempre il Cerved rivela che “emerge chiaramente una progressiva riduzione dell’imprenditorialità giovanile nell’industria per tutte le forme giuridiche considerate”. Nel frattempo cresce in modo rapido l’imprenditoria straniera, specialmente nelle forme giuridiche d’impresa più semplici. Il risultato è che nel 2007 è più frequente che una nuova ditta individuale sia costituita da uno straniero piuttiosto che da una donna.  

Avanti giovani, alla riscossa

di Luigi Ferro · 8 ottobre 2008

“Avanti giovani, alla riscossa” è il titolo di un libro di Massimo Livio Bacci (Pagg 118, 10 euro) dove si cerca di spiegare perché in Italia i giovani non crescono mai.
I “bamboccioni” di Padoa Schioppa sono i protagonisti di questo saggio che evidenzia un ritardo molto pericoloso che ha indubbi riflessi sociali. Una società che offre meno spazio ai giovani, è una società con meno idee innovative che perde in freschezza.
Bacci segnala un’inversione di tendenza rispetto alla rivoluzione novecentesca: se il secolo scorso è stato contrassegnato dalla progressiva liberazione dei giovani (si intende quelli fra 15 e 30 anni) da gravi patologie e diverse costrizioni sociali, oggi quella che si potrebbe chiamare “spinta propulsiva” si è esaurita.  
I segnali di questo esaurimento si trovano per esempio nell’aumento dell’obesità e la diffusione di sindromi depressive, condizioni tipiche delle società prospere.
La bassa natalità fa sì poi che ci siano meno giovani, mentre la società italiana non li aiuta tanto che i trentenni di oggi fanno molta più fatica a fare carriera rispetto a quelli di un tempo.
E nessuna reazione arriva dalla “categoria” che in tutte le indagini viene descritta come un lago tranquillo e non certo un vulcano prossimo all’eruzione. Il problema non è comune al Vecchio continente ma è soprattutto nostro visto che a differenza dei coetanei europei i nostri giovani non sentono il bisogno di guadagnare qualcosa mentre studiano, di andarsene da casa o addirittura mettere su famiglia anche se non hanno le spalle completamente coperte.

Colpa anche dei genitori che portano l’Italia agli ultimi posti della classifica per quanto riguarda l’apertura internazionale e, secondo Bacci, “di un misto di familismo mediterraneo e perdonismo che hanno permeato la società italiana negli ultimi decenni. Il grande cambiamento del ventennio del dopoguerra – che imponeva rischio e fatica – è stato metabolizzato, capitalizzato e dimenticato. In seguito non è stato percepito che le conquiste politiche e civili vanno sostenute con i fatti e con le azioni”.

Innovazione svizzera

di Luigi Ferro · 16 settembre 2008

C’è un paese in Europa che nonostante la crisi se la cava ancora bene. Cresce al ritmo del 3% ha pochi disoccupati anche se i salari non si muovono e qualche banca, anche qui, ha qualche problema.

E’ la Svizzera dove, nonostante il livello dei prezzi, è cresciuto anche il numero dei turisti che hanno approfittato del cambio favorevole con il franco. Però oltre al turismo nella Confederazione marciano a buon ritmo anche i consumi e l’export.

“Qui c’è una flessibilità che altrove manca”, racconta soddisfatto a Repubblica un imprenditore italiano che da molti anni ha messo radici oltre confine. Ma c’è dell’altro.

Secondo Massimo Agostinis, analista economico della Radio Svizzera di lingua tedesca, l’eccezione dipende da molti fattori: “Innazitutto dall’altissimo livello delle nostre università che collaborano con l’industria di punta, ad esempio quella farmaceutica ma anche con quella metallurgica e con le banche. Ciò che consente al marchio svizzero di rimanere sinonimo di qualità“: “In questo senso - aggiunge l’imprenditore - il marchio svizzero diventa un grande valore aggiunto”.

“E’ quello che ci ha permesso di rimanere competitivi, nonostante un costo del lavoro superiore a quello dei paesi dell’area Ue - aggiunge Agostinis - . L’industria svizzera si è specializzata in prodotti innovativi per i quali il mercato è disposto a pagare prezzi più elevati”.

Il franco debole aiuta, ma intanto lo scorso anno lorologeria svizzera, che a parte lo Swatch, è fatta soprattutto di marchi di lusso ha registrato le vendite migliori degli ultimi dieci anni. E poi c’è lo swatch che quando sembrava che i giapponesi dovessero frantumare il mito svizzero degli orologi a colpi di design è riuscito a conquistare un ruolo di primo piano.

Il tessile, Prato e i cinesi

di Luigi Ferro · 12 settembre 2008

Il tessile è uno dei settori più colpiti dalla concorrenza cinese. Concorrenza che arriva da oltre oceano ma anche da casa nostra da quello che Silvia Pieraccini, collaboratrice del Sole 24 Ore, definisce come il distretto parallelo nel suo libro “L’assedio cinese” (80 pp., 14 euro, Il Sole 24 Ore).

La giornalista ha seguito nel tempo l’evoluzione del distretto che ha iniziato a sviluppari all’inizio degli anni Novanta e che oggi conta su una comunità formata da 18.500 immigrati regolari oltre a circa cinquemila clandestini “la più alta concentrazione italiana di orientali in rapporto alla popolazione, e soprattutto in rapporto alle dimensioni del territorio”.

Si tratta di 2.700 aziende, 17.000 addetti, 1,8 miliardi di giro d’affari che per il 70% vanno all’export. Una produzione di un milione di capi al giorno, sette milioni a settimana, 360 milioni l’anno tutti cuciti da immigrati cinesi “che in larga parte lavorano per aziende cinesi senza tutele né garanzie”.

“Una black economy da fare invidia al LIechtenstein e a San Marino, che può garantire prezzi bassissimi e può contare sull’unico marchio al mondo capace di attrarre clienti internazionali: il made in Italy”.

Sommerso e illegalità, aggiunge Pieraccini sono fondamentali per spiegare il successo, ma anche l’anomalia del distretto cinese del pronto moda di Prato.

Perché proprio questo è il punto. Il distretto, come documenta la giornalista, si sviluppa grazie soprattutto alla manodopera clandestina, lavoro nero, sfruttamento feroce e mancato rispetto delle norme che regolano l’attività d’impresa. Una concorrenza sleale che, tra l’altro propaga un virus che rischia di trasmettersi anche ad altri settori. Se lo fanno loro perché non posso farlo io? Si sarà chiesto qualcuno osservando lo sviluppo di un distretto senza che lo Stato cercasse di contrastarlo in modo serio.

Una storia incredibile che ha anche risvolti positivi, se a Prato l’economia va meglio di altri luoghi è proprio grazie ai cinesi, ma che difficilmente può essere presa come modello.

Disporre più che possedere

di Luigi Ferro · 5 settembre 2008

Vedrò è un classico appuntamento estivo che anima le scarne cronache del mese di agosto e forse trova spazio proprio per la mancanza di notizie. Un gruppo di famosi quarantenni, oggi anche 45enni, si riunisce in Trentino sotto la guida di Enrico Letta e Giulia Bongiorno.

Si tratta di un pezzo di classe dirigente fatta di politici, imprenditori, figli di… e altro che con spirito bipartisan come si dice oggi (please, no bypartizan) discute con civiltà di vari argomenti (quest’anno la giustizia, per esempio) senza darsi addosso come succede ogni giorno nelle cronache politiche.

Fra un pranzo, un dibattito e una partita a calcio non è che ne venga fuori molto, almeno per chi come noi legge le cronache, ma l’appuntamento fa sempre notizia.

Quest’anno, però, l’incontro è stato ravvivato dalla presentazione da parte di Alberto Castelvecchi e Monica Fabris di un rapporto frutto di una ricerca secondo la quale la privacy su Internet non è più un tabù e che il possesso oggi per molti è diventato un problema.
“Vent’anni fa – scrivono gli autori dell’articolo – lo scrittore texano Bruce Sterling – dichiarava soddisfatto di possedere un pc talmente avanzato da eguagliare il potenziale di calcolo della Nasa. Oggi nessuno ragionerebbe così (a parte i videogiocatori, ma l’analisi spiega il successo dell’eeepc di Asus, ndr); non ce ne facciamo nulla di avere un computer strapotente in nostro possesso perché è la nostra capacità e velocità di connessione alla rete a fare la differenza”.

Secondo la ricerca il ceto medio vede nel possesso un sinonimo di “problemi, rogne e tasse”. Come dire che l’importante sembra essere non più possedere, ma disporre senza doversi preoccupare di annessi e connessi.

Noi che ci occupiamo delle piccole cose dell’informatica proviamo a tradurre questa tendenza che sembra aprire la strada all’arrivo dell’on demand dove vige la regola de non possesso. Una tendenza che molti considerano ineluttabile nel mondo dell’It e che potrebbe farsi strada più velocemente se l’analisi di Vedrò coglie nel segno.

Con una piccola aggiunta. Con questo digital divide il cammino sarà più lungo e accidentato.

Illy, per pensare positivo

di Luigi Ferro · 31 luglio 2008

Dopo tante notizie poco positive sull’economia, e visto che stiamo andando in vacanza, è giusto pensare positivo prendendo come esempio Illy, l’azienda triestina del caffè.

A settembre è previsto il lancio di Idyllium un nuovo caffè in esclusiva mondiale ottenuto da una pianta della famiglia della Laurina fino a oggi sconosciuta al mondo della torrefazione. E’ l’ennesima novità dell’azienda triestina che alla base delle sue fortune ha proprio l’innovazione tecnologica perseguita con costanza negli anni.

Condotta per anni da Ernesto Illy, uno scienziato del caffè, l’azienda è stata poi guidata da Riccardo Illy, ex presidente della regione Friuli Venezia Giulia e ora da Andrea Illy.

Una impresa familiare classica che cozza contro i principi della meritocrazia, che non sono però verità assolute e hanno le loro eccezioni, e che ha continuato a innovare negli anni cercando anche il contatto con il mondo universitario come dimostra lo studio commissionato all’Università di Oxford per la realizzazione di un programma di coltivazione del caffè compatibile con l’ambiente.
Il tutto con una certa sobrietà che potremmo definire austro-ungarica, tanto che quando si chiamava in azienda  e si chiedeva del dr. Illy (Riccardo) la centralinista si premurava subito di avvisare “signor Illy, senza titoli accademici” e tu ti sentivi quasi in dovere di scusarti.

Magari in zona non tutti li amano visto che una volta un concorrente ruggì al telefono quando gli nominai Illy e quell’altro nell’ufficio disponeva di una mazza da golf che utilizzava per colpire con violenza, in particolari momenti di ira, il bidone con il marchio dell’azienda triestina.
Però quella di Illy è una bella storia di ricerca & innovazione.

L’innovazione parte dalla scuola

di Luigi Ferro · 14 luglio 2008

“Servono tecnici e periti industriali qui non basta assumere gli immigrati”. Il grido d’allarme arriva da Margherita Russo, docente della facoltà di economia “Marco Biagi” di Modena che, intervistata da Affari & finanza, spiega cosa sia Officina Emilia.

Si tratta di una iniziativa che punta a “ricostruire un rapporto tra scuole e imprese e tra scuole e mondo locale della produzione”. L’obiettivo è che a qualcuno torni la voglia di fare il perito meccanico e che le imprese si adoperino per fare conoscere le loro realtà, mentre “gli studenti conoscano un mondo che ignorano e non vedono più nella loro vita quotidiana”.
Perché il problema è che ai ragazzi certi lavori non vengono neanche più in mente e se è giusto assumere gli immigrati che colmano delle lacune importanti è necessario formare tecnici, periti industriali che scarseggiano.
“Ci siamo resi conto – dice Margherita Russo – che il modo di sostenere l’innovazione nella meccanica non si risolveva rendendo più efficace e visibile la ricerca universitaria o i corsi di ingegneria ed economia, ma richiedeva un’azione più profonda: agire sull’immaginario, sulla formazione fin dalle scuole elementari e anche sulla formazione degli insegnanti”.
Officine Emilia ogni mattina ospiterà una classe di studenti per fargli vedere come si lavora in un’impresa.  Cose che non si vedono in Tv. 

Il mondo wiki di Alenia Aermacchi

di Luigi Ferro · 2 luglio 2008

Leggendo l’intervista a Giorgio Brazzelli, presidente di Alenia Aermacchi e vicepresidente di Alenia Aeronautica, torna alla mente l’intervento di Don Tapscott all’Idc forum di Milano.
Tapscott aveva fatto qualche esempio di economia Wiki che prevede una collaborazione più allargata con i fornitori. Boeing era una società che ha rivoluzionato il suo modo di lavorare e anche alla Aermacchi sembra stiano marciando in questa direzione. Nell’intervista Brazzelli non cita il termine Wiki, magari non lo conosce, ma la sensazione è che la strada sia la stessa.
“Il network ci rende più competitivi” è il titolo dell’articolo pubblicato su Affari & Finanza, l’inserto economico di Repubblica, dove il presidente della società aeronautica spiega che la sua società si sta concentrando sul core business affidando a fornitori specializzati la gestione di pezzi della catena produttiva.  

Non si tratta di un “semplice” outsourcing. L’obiettivo è di passare “da un metodo in cui una singola azienda produce un pezzo a un sistema in cui la progettazione e produzione di un singolo sono affidate a un solo sub contractor. Sarà quest’ultimo, inoltre, a gestire i rapporti con i suoi fornitori garantendo la parte della filiera a lui affidata”.

Ali, fusoliera, valvole sono realizzate tramite questo sistema che apre spazi importanti per le piccole e medie imprese che fanno parte del nascente distretto aerospaziale di Varese.
Fondamentale, però, è avere una certificazione: “E’ un elemento sine qua non – afferma Brazzelli – Senza certificazione, senza qualità, non si lavora”.  

Il Biellese riparte col finissimo

di Luigi Ferro · 27 giugno 2008

Il tessile è stato sicuramente uno dei settori più colpiti dalla globalizzazione. Come racconta Luciano Donatelli, presidente dell’Unione industriali del Biellese e della Fondazione Biella the Art of the Excellence in un’intervista ad Affari & Finanza “Quando all’inizio del decennio il distretto è stato travolto dalla globalizzazione lo shock è stato grande per tutti. Le produzioni di basso e medio livello sono state cannibalizzate dall’Europa dell’Est e dalla CIna. Anche alcuni grandi gruppi hanno spostato le fabbriche soprattutto in Romania o nel Far East”.

Dopo lo shock però c’è stata anche la reazione. La produzione si è spostata verso l’alto, anzi verso l’altissimo visto che Donatelli spiega che i clienti oggi non sono i ricchi, ma i super-ricchi. Novanta milioni di persone nel mondo che acquistano il meglio, quel fine-finissimo con il quale venogno realizzati i prodotti del Biellese.

Per reagire alla produzioni a basso costo nella zona si sono specializzati nel Super 120 mila e nel super 180 mila, due filati di massima finezza. “Con il super 120 mila basta un chilo di lana per produrre 120 mila metri di filo. Si rende conto? Nessuno è così bravo. Nessuno riesce ad arrivare al super 180 e oltre. Questo è un primato italiano, un’eccellenza biellese”.

Così oggi a Biella si producono trenta milioni di metri di tessuti contro i 36 del 2000. Soltanto che quelli di oggi costano molto di più tanto che Donatelli guarda con ottimismo al futuro. “Mentre noi scendevamo da 36 a trenta milioni gli inglesi passavano da 7-8 a un milione. Insomma, siamo tosti”.

Una storia da manuale.  

Piccoli e grandi contro Trichet

di Luigi Ferro · 25 giugno 2008

Narrano le cronache che il presidente della Fed Ben Bernanke si sia un po’ arrabbiato con il suo collega della Bce Jean Claude Trichet che ha parlato di un “possibile” rialzo dei tassi a luglio. Bernanke, infatti, ha paura che con l’aumento del prezzo  del petrolio i rischi di una contrazione dell’economia siano più forti di quelli dell’inflazione. Per questo aveva parlato della necessità avere un dollaro “forte e stabile”. Il rafforzamento del dollaro avrebbe fatto calare il prezzo del petrolio allentando la pressione dell’inflazione. Poi però è arrivato l’annuncio di Trichet, che l’inflazione non la sopporta proprio, e tutto è stato vanificato.

Bernanke è in buona compagnia. Grandi manager e imprenditori sono infatti convinti che in questo momento l’Europa abbia bisogno di tutto meno che di un innalzamento di un quarto di punto dei tassi di interesse. Consultati da Il Sole 24 Ore Radiocor-24 minuti il 70,5% dei 122 imprenditori, manager e  banchieri hanno dichiarato che iI tassi nell’Eurozona devono essere tagliati quanto prima per ridare slancio all’economia riavviando consumi e investimenti. Del panel facevano parte anche anche Sergio Marchionne, Luca di Montezemolo, Paolo Scaroni, Corrado Passera, Fulvio Conti, Marco Tronchetti Provera, Francesco Guarguaglini, Guido Rossi e Gian Marco Moratti.

Per una volta i big dell’industria sono d’accordo con i piccoli. ”La Bce vuole affossare le nostre imprese” è il grido d’allarme che arriva da Blogimprenditori. Una contesa che non è nuova in Europa. Prima c’era la Banca centrale tedesca che nella sua lotta contro l’inflazione trascinava il Vecchio Continente, ora c’è la Bce, che dalla Bundesbank ha preso parecchio, che continua sulla stessa strada.

Ma gli imprenditori sono arrabbiati in tutta Europa. Soprattutto in Spagna se stiamo alle cifre di www.stoptrichet.com un sito in cinque lingue che raccoglie le firme contro la politica della Bce. Nato da pochi giorni è a quota 5.837 con il 29% delle firme che arriva dalla Spagna, dove la crisi sta iniziando a pestare duro, il 21% dalla Francia, il 15% dalla Germania e solo il 7% dall’Italia.