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Il tessile, Prato e i cinesi

di Luigi Ferro · 12 settembre 2008

Il tessile è uno dei settori più colpiti dalla concorrenza cinese. Concorrenza che arriva da oltre oceano ma anche da casa nostra da quello che Silvia Pieraccini, collaboratrice del Sole 24 Ore, definisce come il distretto parallelo nel suo libro “L’assedio cinese” (80 pp., 14 euro, Il Sole 24 Ore).

La giornalista ha seguito nel tempo l’evoluzione del distretto che ha iniziato a sviluppari all’inizio degli anni Novanta e che oggi conta su una comunità formata da 18.500 immigrati regolari oltre a circa cinquemila clandestini “la più alta concentrazione italiana di orientali in rapporto alla popolazione, e soprattutto in rapporto alle dimensioni del territorio”.

Si tratta di 2.700 aziende, 17.000 addetti, 1,8 miliardi di giro d’affari che per il 70% vanno all’export. Una produzione di un milione di capi al giorno, sette milioni a settimana, 360 milioni l’anno tutti cuciti da immigrati cinesi “che in larga parte lavorano per aziende cinesi senza tutele né garanzie”.

“Una black economy da fare invidia al LIechtenstein e a San Marino, che può garantire prezzi bassissimi e può contare sull’unico marchio al mondo capace di attrarre clienti internazionali: il made in Italy”.

Sommerso e illegalità, aggiunge Pieraccini sono fondamentali per spiegare il successo, ma anche l’anomalia del distretto cinese del pronto moda di Prato.

Perché proprio questo è il punto. Il distretto, come documenta la giornalista, si sviluppa grazie soprattutto alla manodopera clandestina, lavoro nero, sfruttamento feroce e mancato rispetto delle norme che regolano l’attività d’impresa. Una concorrenza sleale che, tra l’altro propaga un virus che rischia di trasmettersi anche ad altri settori. Se lo fanno loro perché non posso farlo io? Si sarà chiesto qualcuno osservando lo sviluppo di un distretto senza che lo Stato cercasse di contrastarlo in modo serio.

Una storia incredibile che ha anche risvolti positivi, se a Prato l’economia va meglio di altri luoghi è proprio grazie ai cinesi, ma che difficilmente può essere presa come modello.

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