Il commento ricevuto dal post “Conviene studiare?” mi stimola a insistere sull’argomento. Il lettore dice che con un Mba e tre lingue straniere si è sentito dire che è troppo qualificato.
Purtroppo non c’è da stupirsi. Secondo un’indagine dell’Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) nel 2006 tre annunci su quattro di offerta di lavoro non chiedevano alcun titolo di studio, il 7% in più di tre anni prima.
Secondo Irene Tinagli del già citato “Talento da svendere” in Italia la figura più richiesta è quella dei ragionieri, mentre in Usa si cercano ingegneri biomedici, elettronici o ambientali.
Poi c’è l’occupazione qualificata. Sempre secondo l’Isfol in Italia i dottori di ricerca sono 71 su un milione di abitanti: un numero esiguo, se paragonato a quello di Svezia 381, Germania 505, UK 241, Francia 176, Spagna 160 (dati Istat). Ma quali prospettive lavorative ha chi decide di intraprende un percorso da dottore di ricerca nel Mezzogiorno? Le prospettive sono buone con il 67% occupato a sei mesi dalla chiusura del corso ma la tipologia contrattuale e la remunerazione non premiano chi studia di più. Solo il 30% dei dottori di ricerca ottiene infatti un contratto a tempo indeterminato, 20% tempo determinato, 50% di contratti atipici. Lo stipendio, inoltre, è molto vario: si va dai 973 euro di chi resta all’università, ai 1.800/1.900 di chi lavora in un policlinico o clinica universitaria o in ospedale, passando per i 1.103 per chi insegna in istituti scolastici, 1.283 in enti di ricerca o 1.264 in azienda privata, 1.300 di chi è nella pubblica amministrazione.
L’occupazione nel comparto della ricerca, dunque, è scarsamente remunerata, soprattutto quella in ambito accademico, dove è impegnato il 43% dei dottori, la retribuzione delle attività di ricerca non riflette l’investimento in capitale umano. I dottori di ricerca accettano compensi bassi e forme contrattuali poco strutturate pur di valorizzare le proprie competenze e fare ricerca: la possibilità di svolgere attività di ricerca rappresenta una sorta di fringe benefit (retribuzione in natura) che si aggiunge alla retribuzione monetaria nel determinare la scelta dell’impiego.
Tra i dottori di ricerca che ottengono un lavoro con una coerenza medio-alta rispetto alla loro formazione, 89% accetta un contratto parasubordinato; percentuali più basse si osservano per chi ottiene un contratto a tempo determinato o indeterminato (rispettivamente 74% e 55%).
Ma qual è il grado di accoglienza da parte del mercato del lavoro locale dei dottori di ricerca? Una prima risposta può essere dedotta dall’analisi della mobilità geografica. Tra i dottorati il 16% circa degli occupati ha trovato lavoro al di fuori della regione in cui risiedeva quando si è iscritto al corso. Circa la metà di questi ha trovato lavoro in una regione del centro-nord (8,1%), il 4,6% in una regione del Mezzogiorno diversa da quella in cui risiedeva e il 3,5% all’estero. La maggior parte di coloro che si sono spostati all’estero lavora presso un’università (50%). Nel centro-nord ci si sposta invece prevalentemente per lavorare in un’impresa privata (48,5%).
I risultati dell’indagine ci dicono che l’incontro tra privato e alta formazione è ridotto ma possibile nel Mezzogiorno: se da un lato, infatti, solo il 14% dei dottori di ricerca trova lavoro in un’impresa privata, un quarto di questi è inquadrato nel settore “Ricerca e sviluppo”. L’obiettivo di favorire l’upgrading tecnologico del sistema produttivo, dunque, risulta soddisfatto solo in parte, permane una difficoltà dal lato del mercato ad assorbire capitale umano di eccellenza in mansioni di livello medio alto e un probabile scarso collegamento degli enti attuatori con il sistema delle imprese.
Infine ci sono i dati di Unioncamere.Il recente rapporto sostiene che “se la richiesta esplicita di laureati riguardava nel 2007 il 9% delle nuove assunzioni, le entrate programmate per il 2008 dovrebbero invece portare tale valore a superare di poco il 10%. Tenendo poi conto del livello di “formazione integrata” – che considera sia il sapere scolastico, sia quello di tipo esperienziale, che con la riforma universitaria e scolastica è diventato parte integrante del percorso formativo individuale – la domanda di laureati supererebbe il 12% del totale, attestandosi al di sopra delle 100mila entrate totali programmate nel corso dell’anno. Si tratta di incrementi che riguardano in maniera particolarmente significativa il settore industriale nel suo complesso, dove l’incidenza di laureati cresce di quasi due punti e arriva a superare il 7% del totale.
Negli Stati Uniti la domanda di laureati è al 27% anche se bisogna anche tenere conto della differente struttura industriale.