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Avanti giovani, alla riscossa

di Luigi Ferro · 8 ottobre 2008

“Avanti giovani, alla riscossa” è il titolo di un libro di Massimo Livio Bacci (Pagg 118, 10 euro) dove si cerca di spiegare perché in Italia i giovani non crescono mai.
I “bamboccioni” di Padoa Schioppa sono i protagonisti di questo saggio che evidenzia un ritardo molto pericoloso che ha indubbi riflessi sociali. Una società che offre meno spazio ai giovani, è una società con meno idee innovative che perde in freschezza.
Bacci segnala un’inversione di tendenza rispetto alla rivoluzione novecentesca: se il secolo scorso è stato contrassegnato dalla progressiva liberazione dei giovani (si intende quelli fra 15 e 30 anni) da gravi patologie e diverse costrizioni sociali, oggi quella che si potrebbe chiamare “spinta propulsiva” si è esaurita.  
I segnali di questo esaurimento si trovano per esempio nell’aumento dell’obesità e la diffusione di sindromi depressive, condizioni tipiche delle società prospere.
La bassa natalità fa sì poi che ci siano meno giovani, mentre la società italiana non li aiuta tanto che i trentenni di oggi fanno molta più fatica a fare carriera rispetto a quelli di un tempo.
E nessuna reazione arriva dalla “categoria” che in tutte le indagini viene descritta come un lago tranquillo e non certo un vulcano prossimo all’eruzione. Il problema non è comune al Vecchio continente ma è soprattutto nostro visto che a differenza dei coetanei europei i nostri giovani non sentono il bisogno di guadagnare qualcosa mentre studiano, di andarsene da casa o addirittura mettere su famiglia anche se non hanno le spalle completamente coperte.

Colpa anche dei genitori che portano l’Italia agli ultimi posti della classifica per quanto riguarda l’apertura internazionale e, secondo Bacci, “di un misto di familismo mediterraneo e perdonismo che hanno permeato la società italiana negli ultimi decenni. Il grande cambiamento del ventennio del dopoguerra – che imponeva rischio e fatica – è stato metabolizzato, capitalizzato e dimenticato. In seguito non è stato percepito che le conquiste politiche e civili vanno sostenute con i fatti e con le azioni”.

Il tessile, Prato e i cinesi

di Luigi Ferro · 12 settembre 2008

Il tessile è uno dei settori più colpiti dalla concorrenza cinese. Concorrenza che arriva da oltre oceano ma anche da casa nostra da quello che Silvia Pieraccini, collaboratrice del Sole 24 Ore, definisce come il distretto parallelo nel suo libro “L’assedio cinese” (80 pp., 14 euro, Il Sole 24 Ore).

La giornalista ha seguito nel tempo l’evoluzione del distretto che ha iniziato a sviluppari all’inizio degli anni Novanta e che oggi conta su una comunità formata da 18.500 immigrati regolari oltre a circa cinquemila clandestini “la più alta concentrazione italiana di orientali in rapporto alla popolazione, e soprattutto in rapporto alle dimensioni del territorio”.

Si tratta di 2.700 aziende, 17.000 addetti, 1,8 miliardi di giro d’affari che per il 70% vanno all’export. Una produzione di un milione di capi al giorno, sette milioni a settimana, 360 milioni l’anno tutti cuciti da immigrati cinesi “che in larga parte lavorano per aziende cinesi senza tutele né garanzie”.

“Una black economy da fare invidia al LIechtenstein e a San Marino, che può garantire prezzi bassissimi e può contare sull’unico marchio al mondo capace di attrarre clienti internazionali: il made in Italy”.

Sommerso e illegalità, aggiunge Pieraccini sono fondamentali per spiegare il successo, ma anche l’anomalia del distretto cinese del pronto moda di Prato.

Perché proprio questo è il punto. Il distretto, come documenta la giornalista, si sviluppa grazie soprattutto alla manodopera clandestina, lavoro nero, sfruttamento feroce e mancato rispetto delle norme che regolano l’attività d’impresa. Una concorrenza sleale che, tra l’altro propaga un virus che rischia di trasmettersi anche ad altri settori. Se lo fanno loro perché non posso farlo io? Si sarà chiesto qualcuno osservando lo sviluppo di un distretto senza che lo Stato cercasse di contrastarlo in modo serio.

Una storia incredibile che ha anche risvolti positivi, se a Prato l’economia va meglio di altri luoghi è proprio grazie ai cinesi, ma che difficilmente può essere presa come modello.

Conviene studiare?

di Luigi Ferro · 21 maggio 2008

Conviene studiare? è la paradossale domanda che si pone Irene Tinagli autrice del libro Talento da svendere.

In teoria sì, visto che la Banca d’Italia afferma che il reddito medio di un laureato è di 26.700 euro l’anno contro i 17.700 di un non laureato. Però si tratta di una media. Bisogna vedere se in realtà il sistema riesce a valorizzare questi laureati. E allora si scopre che secondo l’Istat il 21% dei laureati trova lavoro nel periodo immediatamente successivo al conseguimento del titolo (22% per i diplomati)  a un anno dalla laurea si arriva al 40%. In più i dati Ocse indicano che l’Italia è l’unico paese ad avere un tasso maggiore di occupati fra i diplomati rispetto ai laureati nella fascia di età fra i 30-40 anni.

Quando poi i laureati entrano in azienda hanno retribuzioni basse, allineate, se non inferiori nel breve periodo, ai diplomati. Secondo l’Ires i neolaureati hanno salari sotto i mille euro e sotto la soglia degli 800 euro vive il 25% di chi ha una licenza elementare, il 14% dei diplomati di scuola media e il 28% dei laureati.

E dopo cosa succede? Secondo il ministero dell’Istruzione a poco più di tre anni dalla laurea quasi un terzo dei laureati che ha trovato occupazione non svolge un lavoro per il quale era richiesto quel titolo di studio. L’Isfol ha poi notato che negli ultimi anni la domanda di qualifiche specifiche da parte delle imprese è diminuita e che il 75% degli annunci di lavoro non richiedeva nessun titolo di studio specifico, il 7% in più di tre anni prima.

Conviene studiare?   

Talento da svendere

di Luigi Ferro · 12 maggio 2008

“Talento da svendere” è un eccellente libro scritto da Irene Tinagli, ricercatrice presso la Carnegie Mello University di PIttsburgh, Nel libro, attraverso un gran numero di dati, si racconta l’evoluzione del concetto di talento, la sua importanza e la situazione italiana.

Non voglio dilungarmi in una lunga recensione (il libro però è ottimo), ma limitarmi a estrarre qualche flash come questo dove la Tinagli racconta che le tecnologie sono ormai una commodity sul mercato. “Ciò che è sempre più critico sono gli skill, le capacità, pesone qualificate in grado di cogliere e sfruttare le nuove possibilità tecnologiche, farne opportunità imprenditoriali”. E’ in questa fase, prosegue l’autrice che si è assistito a una radicale ridefinizione dei fattori che determinano la creazione di valore nella nostra economia.

Si è passati da un sistema economico in cui la maggior parte del lavoro era creata da un set di input fisici - lavoro, macchinari, materie prime - a un sistema in cui invece la maggior parte del valore prodotto deriva da input immateriali legati alla conoscenza, all’intelligenza e alla creatività umana.

L’elemento umano è tornato prepotentemente alla ribalta, non più per la sua forza e la sua abilità manuale nel costruire oggetti e mandare avanti le macchine, ma per la sua capacità di risolvere problemi complessi, di produrre e ricombinare conoscenze, di aprire la strada a nuove possibilità.          

Difficile non essere d’accordo con la tesi del libro. Da parte aggiungerei che per quanto riguarda l’Italia esiste un filo rosso che lega le vicende dei video piazzati su Youtube con gli studenti che si prendono gioco degli insegnanti con l’insofferenza tutt aitaliana per le regole e, per esempio, i bassi indici di lettura che caratterizzano il nostro Paese.

Il risultato è che quando il mondo era più semplice la svalutazione della lira e la capacità delle aziende (anche piccole) di praticare anche piccole forme di innovazione ci ha tenuti a galla, mentre oggi l’eruo, la concorrenza cinese e la rivoluzione tecnologica, che non è nelle nostre corde, siamo andati in crisi.

Anche perché dietro le aziende il sistema che dovrebbe permettere la creazione di talenti funziona molto male.   

Un Paese alla deriva?

di Luigi Ferro · 5 maggio 2008

Con un piccolo spot e inusuale spot per il nuovo libro di Stella e Rizzo (gli autori del fortunatissimo “la casta”) che si intitola “la deriva”, ieri Sergio Romano sul Corriere della Sera in un editoriale ha raccolto qualche dato del libro per dimostrare che il Paese è inevitabilmente alla deriva. Tutto vero. Sono convinto che esista un filo rosso che lega l’indagine secondo la quale i bambini italiani sono fra i più maleducati d’Europa a quella secondo la quale siamo utilizziamo poco Internet. E che questo sia un Paese per certi versi veramente alla deriva.

Però non bisogna esagerare.

E’ vero che il porto di Amburgo vale tutti i porti italiani, ma è altrettanto vero che i nostri scali marittimi hanno compiuto negli ultimi anni un percorso (parlo di privatizzazioni) che in Francia mi pare appena abbozzato.

E poi torna il famoso dato sul commercio internazionale che, secondo Stella e Rizzo ha perso quote di mercato (nell’ Unione Europea meno 11,8% dal 2001 al 2006).

A questo punto mi è venuto in mente quello che mi disse in un’intervista Paolo Preti, docente della Bocconi e grande sostenitore della forza della nostra imprenditoria.

“Uno dei dati che solo un anno e mezzo fa, sotto elezioni e in piena bagarre declinista, ricorreva era quello relativo al il contributo italiano all’export internazionale da tutti indicato in continua diminuzione.
Solo che lo era dal ‘93 ed era misurato in quantità non in valore. In pezzi esportati è vero che è minore rispetto a prima, ma l’altro dato avrebbe detto che l’importo in valore aumentava sia pure di poco.
Questo non significa che bisogna stare tranquilli, ma, per fare un esempio, che esportavamo meno Fiat e più Ferrari. Dietro c’era il fatto che l’Italia non stava perdendo il treno, ma cambiando l’offerta produttiva. Meno automobili per un mercato medio-basso ma più prodotti di livello”.

I dati a volte vanno anche interpretati.

Il calabrone Italia

di Luigi Ferro · 19 dicembre 2007

Tempo di vacanze che spesso significano anche un po’ più di tempo per la lettura. Anche il sottoscritto si unisce ai consigli, tipici di questo periodo, con un libro e un altro testo che non possono non avere a che fare con i temi trattati in questo blog. 

Il volume in questione  è “Il calabrone Italia”, un titolo che forse pecca un po’ di originalità e si rifà alla vicenda del calabrone che in base alle leggi della fisica non dovrebbe volare e invece ce la fa tranquillamente. L’Italia è un po’ come il calabrone. Senza materie prime e con poche grandi industrie dovrebbe stare un po’ più indietro nelle classifiche dei Paesi più industrializzati e invece, nonostante tutto, riesce a cavarsela egregiamente.

Merito, secondo l’autore, soprattutto dei distretti industriali, della loro capacità d’innovazione e delle piccole imprese.       

La seconda lettura è costituita da questo testo ospitato sul sito di Bosca, azienda vinicola piemontese, dove Maurizio Viroli, professore di Teoria politica all’università di Princeton presenta l’Elogio dell’innovazione.

Buone letture