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Quanto è lunga la coda di Internet

di Luigi Ferro · 23 novembre 2007

Di passaggio a Milano Chris Anderson, direttore di Wired la principale rivista americana dedicata al mondo Internet, ha presentato la teoria della long tail, la coda lunga. Nulla di nuovo per gli addetti ai lavori, mentre per chi non segue da vicino il mondo della rete vale la pena ricordare in cosa consiste l’idea presentata da Anderson. In sostanza, secondo il giornalista americano con l’avvento di Internet molte aziende si trovano di fronte un mercato potenzialmente mondiale.

Questo significa che pià che inventare qualòcosa di nuovo vale anche la pena puntare su prodotti particolari che grazie a Internet possono avere un nuovo mercato. Grazie alla presenza su Internet la nicchia diventa molto più ampia rispetto al passato perché più grande è il pubblico a disposizione.  La teoria, abbondantemente presentata nel libro “La coda lunga” (Codice, 19 euro, 235 pp.) trova ampio riscontro nella realtà del commercio elettronico. Le librerie su Internet, per esempio, dipendono molto meno dalle vendite dei best seller rispetto agli analoghi negozi “fisici”. Questo perché il loro catalogo corrisponde al catalogo di tute le case editrici delle quali vendono i libri. E proprio questa possibilità permette alle librerie online di disperdere il loro fatturato su un numero maggiore di titoli, molti difficilmente reperibili nelle librerie normali, e che sul Web hanno trovato nuova vita.

Giusto pochi giorni fa ho cercato un vecchissimo libro in una grande libreria milanese. Non l’avevano in negozio e neanche risultava più nel pc. In un paio di giorni mi è arivato a casa grazie a un negozio online. Per la musica il discorso vale ancora di più. Generi musicali quasi sconosciuti riescono ad avere grazie alla rete un mercato impensabile fino a poco tempo fa.

Di storie simili ne è piena la rete. Basta guardare per esempio cosa succede su eBay.   

Web 3.0? Ma mi faccia il piacere

di Luigi Ferro · 5 novembre 2007

Mi arriva la newsletter di un colosso dell’It dove si parla di Web 3.0. Navigando su Internet finisco nel sito di Le Monde dove trovo un articolo sul Web 3.0 che così viene definito: ”La creazione di contenuti di grande qualità e di servizi che utilizzano le tecnologie del Web 2.0 come piattaforma”.

In pratica, se ho capito bene, un esperto piazza su Internet dei contenuti interessanti che possono essere condivisi con gli altri utenti che li possono, per esempio, commentare.

Nulla di più di quanto succede oggi, ma qualcuno ha sentito il bisogno di definire il tutto come Web 3.0. Poi, secondo una tabella di Le Monde, più avanti verso il 2020-2030 sarà la volta del Web 4.0 che non ho capito bene cosa sia.  

Di certo questo proliferare di sigle e definizioni è spesso inutile e ridondante e perpetua l’immagine di un mondo, quello dell’high tech, per esperti. Una sorta di setta dove gli adepti parlano un linguaggio che capisco solo loro. Fermate dieci persone per strada e chidetegli cosa sanno del Web 2.0. Andate a un convegno con manager e imprenditori e fate la stessa domanda. I risultati saranno molto deludenti. Ma è giusto così. Bisogna spiegare con “cosa si può fare cosa” senza perdersi dietro a sigle e definizioni per esperti.

Fra un paio di giorni si aprirà a Milano l’annuale Iab forum, il meeting di due giorni sulla pubblicità online che cresce a due cifre. Si parlerà di pubblicità, di banner, social network, blog (il Web 2.0, appunto). L’altro giorno un pubblicitario affermato ha dichiarato che in questo momento capirci qualcosa è veramente difficile. E siamo al Web 2.0. Siamo sicuri che sia il caso di introdurre la versione 3?